1700: visita a Firenze di p. Sigismondo Alberti cistercense (con l’Annunziata)

Abbiamo già scritto riguardo alle poste di fermata di alcune importanti vie italiane citate in un Itinerario dal sospellese Sigismondo Alberti cistercense († dopo 1742). Accompagnano, in tale manoscritto, i suoi viaggi e in particolare quelli di andata e ritorno diretti a Roma. Questi in più sono descritti con gradevoli e interessanti notizie.
Il primo viaggio iniziò da Torino il 25 novembre 1699 e all’andata fece tappa a Milano e a Bologna. Attraversò poi l’Emilia Romagna, passò lungo la costa adriatica, l’Umbria e l’alto Lazio per giungere nella Città Eterna il 21 dicembre. Il 13 aprile 1700 ci fu quello di ritorno per Torino con le tappe principali a Viterbo, Bolsena, Siena, Firenze, Pisa, Livorno, Genova, Asti e l’arrivo in patria il 6 maggio.
Il secondo viaggio venne intrapreso il 21 marzo 1711 e passò questa volta da Milano, Bologna, Firenze, Levane, Arezzo, Perugia per arrivare a destinazione il 21 aprile. Ripartito da Roma il 7 maggio, il p. Alberti prese la via dell’Umbria, delle coste adriatiche, dell’Emilia Romagna per finire a Torino il 26 maggio.
Sono pagine, quelle dedicate ai suddetti viaggi ben scritte e facilmente leggibili. Delle tante, secondo lo stile del sito, si trascrive qui quanto di esse è relativo al soggiorno a Firenze e all’itinerario compiuto fino a Livorno. Metteremo la punteggiatura all’uso moderno e tra parentesi quadre i commenti.
Si avverte che il padre Alberti, scrivendo, spesso e volentieri tralascia le doppie consonanti (non sono quindi errori di lettura).

“1700. Lì 17 aprile, da Siena a Casti- (gli)oncello, a Staggia, a Po(g)gibonsi, ove ho pranzato, a Barberino, alle Tavernelle, l(u)ogo ove ho dormito [attraversa la Val d’Elsa e la Val di Pesa].
Lì 18 aprile, da Tavernelle, sguazzato il torrente Pesa e scorsa la terra di San Cassiano [San Casciano], son giunto alle dieci in Fiorenza in tempo che partiva per Roma una confraternita di fiorentini in numero di 80 vestiti di bianco, alla partenza de’ quali vi era aspettatrice quasi tuta la cità concorsa, e perciò mi fu comodo vedere la frequenza e l’abondanza del popolo fiorentino [era una sua caratteristica ammirata dai viaggiatori].

In Fiorenza ho veduto il palazzo [Pitti], l’ucelliera e tuto il giardino del granduca [Cosimo III dei Medici, † 1723]. Il palazzo ha due piani oltre quello di terra. Il piano più lungo ha finestre 23 e l’altro finestre 13. Il cortile del palazzo, altre volte de’ signori Piti, è lungo passi 60 e largo 50 [il passo piemontese era circa m. 3,50]. È tuto di marmi e fa bellissima aparenza. In lunghezza tiene 7 arcate e 5 in larghezza. Ognuno degli scalini della scala del palazzo è lungo ondeci piedi e mezzo e largo un piede e mezzo [il piede piemontese era m. 0,2740; il piede toscano m. 0,2976].
Ogni gradino è alto 9 dita. Bassa e poco maestosa è la scala. La sala dell’appartamento della gran principessa [Violante Beatrice di Baviera, moglie del principe Ferdinando dal 1688, † 1731] è longa passi 40, larga 18. La libreria del gran duca e longa passi 30, larga 15. La libreria del principe Francesco cardinale de’ Medici [fratello di Cosimo III, cardinale di Santa Maria in Domnica dal 1686, † 1711] consiste in tre camere.
Le due galerie del gran duca, quali si trovano in altra parte della cità, discoste dal descritto palazzo [Uffizi], sono longhe passi 200 caduna larga 7. In una si vedono due camere di ritratti de’ pitori insigni del mondo, pennellegiati di lor propria mano. Nell’altra camera conservansi nobili porcellane etc. Camere tre sono nell’altra galeria ripiene d’armi e si chiamano l’Armeria; altra ve n’è ornata di piccole e pretiose antichità; altra di stimatissimi quadri e statue e due altre di delicati lavori con pietre pretiose etc.; e finalmente una camera dove si tengono le gioie, gli ori e argenterie della serenissima casa de’ Medici, tra i quali un paliotto d’altare tuto oro e gemme. In tute e due le galerie si contano statue di nobilissimo marmo numero (***) [le gallerie sembrano aperte ai visitatori già nel 1700].
Il gran salone [Palazzo Vecchio, salone dei Cinquecento], dove altre volte si congregava la repubblica, è longo passi 70, largo 30. Vi sono superbe statue.
Il duomo è longo passi 200, largo 50.
La strada più grande di Fiorenza è larga passi 17. Nello stecato degli animali [il serraglio a Boboli] sono mantenuti tre leoni, una tigre, quattro orsi, quattro lupi, sei aquile. Passa in mezo alla cità il fiume Arno che si naviga sino a Pisa. Il ponte sopra esso fiume dove stanno gli orefici è longo passi 120, largo 24 [Ponte Vecchio].
Il sito, ove stanno le boteghe, è largo passi 7 e, incluse quelle, la totale larghezza ascende a passi 31.

Tra le belle chiese che ho veduto in Fiorenza si contano:
Primo. La miracolosa Anonciata ove ho celebrato la Santa Messa il cui volto fu dipinto da mano angelica.
2°. L’attiguo convento dei padri serviti o servi di Maria.
3°. La tanto stimata capella di S. Lorenzo e la chiesa la quale è collegiata di canonici. La capella predetta, che al tempo sarà l’altar maggiore di essa collegiata, presentemente appena ha la terza parte di fatto, tuto però pietre pretiose.
4° Le chiese e conventi di S. Maria Novella dei domenicani, il Carmine ove è la rica capella Corsini con miracoloso crocifisso; la chiesa e monastero di Cestello dei cisterciesi; Santo Spirito d’agostiniani ove sono 40 altari, S. Croce dei conventuali; il duomo che tiene marmoreo il pavimento; il vicino batistero le cui porte sono di bronzo con finissimi e delicatissimi lavori; la chiesa dei teatini [SS. Michele e Gaetano] che ha il pavimento di marmi diversi; S. Maria Madalena de’ Pazzi, li gesuiti, benedettini, celestini, osservanti, valombrosani etc.
Dietro al altare magiore del coro del duomo stanno due fine e marmoree statue di Adamo et Eva [attr. a Baccio Bandinelli, oggi al museo del Bargello].
In S. Croce è un pulpito di marmo fatto dal Donatelli che tuto si sostiene ad una colonna, dentro la quale ritrovatasi la scala [attr. a Benedetto da Maiano]. Vi è parimente vicino alla porta della chiesa il sepolcro marmoreo di Michel’Angelo Bonarota ornato da quatro statue rappresentanti l’Architettura, l’Optica, la Pitura e la Scultura lavorate da quatro suoi discepoli [Giovanni Battista Naldini, Valerio Cioli, Battista Lorenzi e Giovanni dell’Opera].
Li palazzi de’ Medici vecchio, d’Ancre [di Concino Concini], Corsi, Corsini, Ricardi, Alberti, Strozzi etc.
Nelle piazze e in capo di alcune strade si vedono nobilissime statue di marmo. Sono più cospicue l’Homo moribondo et il Centauro.
Tra le delizie del gran duca si numera il Pogio Imperiale fori della porta che va a Siena; e Pratolino quatro miglia da Fiorenza su li monti.

1700. Lì 21 d’aprile sono partito da Fiorenza in compagnia di sei torinesi che ritornavano da Roma e imbarcatisi su l’Arno arrivassimo [sic] alle ore vintiuna a Pisa, albergati all’osteria del Olmo; havendo veduto per strada Lastra, Montelupo, Capraia, Empoli, Fucekio, S. Miniato, Pontaera, Bicentina [Bientina o forse Calcinaia], Cascina etc.

Pisa è cità grande e bella assai. Vi passa in mezo il fiume Arno. Tra le chiese, che ho veduto, hanno l(u)ogo quella de’ beneditini [forse San Paolo a Ripa d’Arno con accanto il monastero delle Benedettine], S. Stefano de’ Cavalieri; il duomo le cui porte, come pure quelle del batistero ivi vicino, sono di bronzo finissimamente lavorato con gentili figurine etc. Vicina alla catedrale sudetta vi è il campanile, maraviglia dell’arte, perché pare sempre stia per cadere; e pure è fatto di bianchi e duri marmi e sta sempre saldo con tuto che in esso siano e a’ suoi tempi si suonino otto campane [oggi sono sette].
Lì 22 aprile, da Pisa imbarcato sul canale [dei Navicelli] sono arrivato a bonora a Livorno ed ho preso albergo al Delfino.

Livorno è cità bella, mercantile, popolata e forte, non però grande. Tiene un porto capace con dalsena comodissima. Ivi ho veduto infinità di legni e bastimenti di mare e 40 vascelli, o siano navi forestiere. Più le tre galere del gran duca quali sono longhe passi cinquanta per caduna.
1700. Lì 23 aprile, da Livorno imbarcato sopra una feluca andai la sera a Lerici, dove albergai a casa di patron Francesco [il padrone della feluca]”.

Paola Ircani Menichini, 29 maggio 2026. Tutti i diritti riservati.




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